PICASSO A COMO:
LA SEDUZIONE DEL CLASSICO
di Francesco M. Gozzoli

Pablo Picasso, La deposizione del
Minotauro in costume da Arlecchino, Musée 'Les Abattoirs', 1936, Toulouse,
13x8 m
Sempre più punto di riferimento delle cronache mondane internazionali, Como con il suo incantevole bacino lacustre, anche quest’anno, dopo lo straordinario successo della mostra dedicata a Joan Mirò nel 2004 (che ha attratto oltre 76.000 visitatori), consolida il suo appeal di tappa irrinunciabile nel circuito dell’arte, riaffermando così la sua reputazione a livello europeo, di territorio fertile per la produzione di eventi e progetti culturali d’alta qualità; proposte ed iniziative in grado di soddisfare non solo le attese degli esperti ma altresì, allo stesso tempo, sappiano aggregare un consenso non di nicchia ma diffuso, foriero perciò di ricaduta a livello locale, sia in termini di arricchimento culturale che di indotto.
Nello
splendido contesto espositivo settecentesco di Villa Olmo (ai margini della
città sulla meravigliosa strada “pied dans l’eau” che annovera nello
spazio di pochi chilometri autentici gioielli quali Villa Erba, già dimora
eletta dell’indimenticato Luchino Visconti, e Villa d’Este), location
d’eccezione, già dimora di Napoleone Bonaparte nel 1797 e del Foscolo nel 1808,
che unisce il brillante fascino della villa neoclassica con la magia dello
scenario naturale, dal 19 marzo al 17 luglio il Comune di Como appalesa l’energia vitale della città con
l’organizzazione della mostra PICASSO LA SEDUZIONE DEL CLASSICO.
L’iniziativa è realizzata con la collaborazione della Fondazione Cariplo sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, col patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, del Ministero per l’Innovazione e la Tecnologia, della Regione Lombardia, della Provincia di Como, e con il contributo della Camera di Commercio di Como.
Il maestro spagnolo, all’anagrafe Pablo Ruiz y Ricasso, nacque a Malaga il 25 ottobre 1881 da padre insegnante di disegno nonché conservatore del museo cittadino e da madre di origine genovese, dalla quale acquisirà il nome d’arte Picasso: è con questo nome che firmerà le proprie opere eliminando il cognome Ruiz, a partire dai primi anni del Novecento, periodo nel quale ha inizio il cosiddetto “periodo blu” in cui l’artista si esprime con soggetti impregnati di fosco pessimismo come la solitudine, la povertà e la vecchiaia.
Le centotrenta opere, tra dipinti, disegni, incisioni, arazzi, sculture e ceramiche, che compongono la rassegna curata da Maria Luisa Borràs, Massimo Bignardi e Luigi Fioretta, testimoniano, nell’ambito della immensa esperienza dell’artista iberico, un cammino di attenzione, di interesse e di studio della figura e, tramite essa, della cultura classica.
Il progetto espositivo, suddiviso in quattro sezioni, riflette le influenze che l’antichità classica, nelle varie fasi, generò sull’intero iter professionale di Picasso, attraverso una selezione di opere prestate da musei pubblici e collezioni private internazionali.
Si apre con le opere giovanili eseguite nella natale Malaga ed a Barcellona dove l’artista soggiornò a più riprese frequentando, sebbene neanche ventenne, il gotha artistico letterario della cittadina catalana.

Pablo
Picasso, Vista delle terrazze e della chiesa di Santa Maria del Pi di
Barcellona, 1902 olio su tela- Barcellona, Collezione Montserrat-Costa
Fin dall’infanzia a Malaga, l’artista spagnolo si identificò col mondo dei tori: in varie occasioni raccontava di un torero, tale Cara Ancha, che spesso faceva visita al padre, e si vantava di essersi seduto sulle sue ginocchia.

Deux Femmes 1920 267 x 20
cm
La
figura del toro, e quindi della corrida, generò in Spagna nel Settecento
una particolare corrente pittorica il
cui esponente più noto fu senza dubbio Francisco Goya y Lucientes, artefice di una Tauromaquia per lo più
descrittiva e di stampo popolare.
Picasso,
a differenza del Goya, propose invece nel 1957 una Tauromaquia (quale
illustrazione al manuale classico di Josè Delgado La Tauromaquia o
Arte de torear pubblicato nel 1959), priva di ogni contenuto
descrittivo, ma incentrata sulla vis dinamica dei vari momenti della
corrida, da lui normalmente appellata col termine fiesta.
All’interno
di questa sezione possiamo ammirare La depouille du Minotaure en costume
d’Arlequin (La deposizione del Minotauro in costume da Arlecchino) l’opera,
senza dubbio di particolare impatto ed effetto visivo (data anche la
ragguardevole dimensione di otto metri per tredici), forse più significativa di
tutta l’esposizione.
Eccezionalmente
prestata dal Museo d’arte Moderna e Contemporanea, trattasi di un sipario di
scena creato dal maestro iberico nel 1936 per l’opera teatrale Quatorze
-juillet di Romain Rolland,
rappresentata al Thèatre du Peuple nell’anniversario della Rivoluzione di
quello stesso anno.
Esso
ritrae il Minotauro, mostro mitologico mezzo uomo e mezzo toro, dal corpo umano
e dalla testa di toro, frutto dell’innaturale accoppiamento fra Pasifae, moglie di Minosse e sorella della maga Circe, con un
toro inviato per castigo dal dio Nettuno: la creatura mitica è ritratta morta, abbigliata da
Arlecchino, sostenuta da un gigante alato e dalla testa di aquila. Un uomo
massiccio e barbuto avanzando minaccia il Mostro col pugno destro teso: egli
porta sulle spalle un bell’adolescente inghirlandato di fiori il quale, con le
braccia aperte, pare fermare la coppia mitica.

Minotaure aveugle guidé
par une fillette dans la nuit, 1934, acquatinta e raschietto
La
quarta e conclusiva sezione della mostra “Nuove figure, nuove forme del
Mediterraneo” comprende opere provenienti dal Museo Picasso di Barcellona,
dalla Pinacoteca di Brera come pure dal Museo Picasso d’Antibes fra cui la
celebre trasposizione mitologica Ulisse e le Sirene.
Riflette il periodo, nella seconda metà degli anni Quaranta, immediatamente successivo alla Seconda Guerra Mondiale, nel quale il maestro, riscopre la solarità del Mediterraneo riappalesando così una ritrovata gioia di vivere. Ciò grazie pure al soggiorno a Valauris, piccolo centro della Costa Azzurra nei pressi di Cannes, dove tra l’altro creerà a gran parte della sua produzione d’oggetti in ceramica complice altresì la conoscenza coi coniugi Ramiè, ceramisti e proprietari della fabbrica Madoura.
Una volta completata la visione della mostra, è immancabile la visita al giardino botanico che incornicia Villa Olmo (il cui nome trova origine nell’antica presenza di un imponente e secolare olmo piantato, si dice, da Plinio il Giovane) che, soprattutto in questa stagione, ci fa dono di fioriture di rara bellezza.
Da non perdere infine l’affascinante passeggiata, costruita verso la fine degli anni Cinquanta, da Viila Olmo verso l’antico quartiere Borgo Vico, lungo la quale è possibile ammirare la seicentesca Villa Gallia, antica dimora nobiliare, oltre a Villa Saporiti progettata dal noto architetto austriaco Leopoldo Pollak, già allievo del Piermarini e progettista della Villa Reale di Milano.